La revoca della patente di guida non è automatica in caso di positiva conclusione della messa alla prova

pubblicata Martedì 26 Settembre 2017

Il Giudice di Pace di Udine (con sent. n. 435/2017 del 14.09.2017) si è pronunciato su una questione di rilevante e frequente interesse pratico: i presupposti della revoca della patente di guida e del suo successivo riconseguimento.

La questione esaminata si è resa particolarmente interessante in ragione di una particolarità: la declaratoria di estinzione del reato nel procedimento penale promosso per guida in stato di ebbrezza con l’aggravante di aver causato un incidente stradale (reato che prevede, appunto, la sanzione accessoria della revoca della patente di guida).

Il ricorrente, dopo aver concluso positivamente la messa alla prova durante la quale aveva svolto lavori di pubblica utilità, otteneva una sentenza di non doversi procedere nei suoi confronti per estinzione del reato.

La competenza del Giudice penale del Tribunale veniva così a cessare e gli atti trasmessi alla Prefettura per l’applicazione delle sanzioni amministrative accessorie.

Seguiva quindi il provvedimento prefettizio di revoca della patente di guida.

L’atto amministrativo non era però corredato di tutti gli elementi necessari ai fini della sua validità.

Non recava, infatti, l’indicazione dell’infrazione e dell’accertamento che della stessa avevano effettuato i Carabinieri. L’atto si limitava a “copia-incollare” il capo di imputazione del procedimento penale e si rifaceva alla citata sentenza di estinzione del reato, nonostante l’autonomia dei due procedimenti (quello penale da un lato, e quello amministrativo dall’altro).

Il provvedimento prefettizio di revoca della patente - lo conferma il Giudice di Pace di Udine, cui il ricorrente si è rivolto assistito dall’avv. Lorenzo Cudini - deve necessariamente riportare tutte le circostanze identificative dell’accertamento effettuato dai verbalizzanti (in particolare il luogo e la data dell’infrazione, il modello dell’apparecchiatura utilizzata per l’alcoltest, l’indicazione della sua omologazione, nonché il lasso temporale intercorso tra le due misurazioni).

La Pubblica Amministrazione, infatti, deve motivare adeguatamente il proprio agire e, quindi, deve dare atto della verificazione di quei presupposti che sono necessari per poter applicare la sanzione.

L’altra questione affrontata nella sentenza in commento è quella del termine per il riconseguimento del documento di guida.

La legge (art. 219, comma 3 ter, C.d.S.) prevede che “Quando la revoca della patente di guida è disposta a seguito delle violazioni di cui agli articoli 186, 186 bis e 187, [e dunque anche nell’ipotesi di guida in sto di ebbrezza] non è possibile conseguire una nuova patente di guida prima di tre anni a decorrere dalla data di accertamento del reato”.

Il Giudice di Pace di Udine ha accolto anche in questo caso la censura dell’avv. Cudini sottolineando che nel caso in questione è mancato l’accertamento dell’illecito - visto l’epilogo del procedimento penale conclusosi con la pronuncia di estinzione del reato - sicchè il termine triennale per il conseguimento della nuova patente di guida decorre dalla data del fatto.

 

Bancarotta fraudolenta: responsabilità del fallito e del concorrente

pubblicata Lunedì 25 Luglio 2016

Il Tribunale di Udine si è recentemente pronunciato con un’interessante sentenza (la n. 415 del 2016) in merito ai reati di bancarotta semplice e fraudolenta ed al concorso dell’extraneus nel secondo.

Il caso sottoposto all’attenzione del collegio friulano riguardava la vicenda di un’attività commerciale gestita nella forma della società di persone che, alla morte del legale rappresentante, era stata proseguita dalla vedova nella forma della ditta individuale e che purtroppo, nell’arco di un paio d’anni, era entrata in crisi giungendo al fallimento.

Oltre alla bancarotta semplice per aggravamento del dissesto (art. 217, comma 1, n. 4) L.Fall., alla titolare dell’attività venivano contestate diverse condotte distrattive, in concorso con vari soggetti legati alla stessa di vincoli di parentela.

Nello specifico, l’accusa aveva ipotizzato che la cessione in affitto dell’azienda ad una società appositamente costituita dalla sorella e dal cognato della fallita, avvenuta più di anno prima del fallimento per un canone ritenuto incongruo, configurasse l’illecito previsto dall’art. 216, n. 1).

Il Tribunale ha ritenuto sussistente la penale responsabilità della fallita e della sorella, quest’ultima sia nella veste di amministratore di fatto della ditta individuale sia, a titolo di concorso, in quanto socio della affittuaria.

Si legge nella motivazione che il reato di bancarotta per distrazione si realizza anche attraverso la stipulazione di un contratto di locazione di azienda in previsione del fallimento che ha lo scopo di trasferire la disponibilità di tutti o dei principali beni ad altro soggetto. Elementi che qualificano la locazione come atto distrattivo sono i contratti di affitto stipulati per finalità estranee all’attività imprenditoriale, fatto che si verifica quando il dante causa e avente causa sono riconducibili, come nel caso in esame, allo stesso nucleo familiare o centro di interessi e quando dalla stipula del contratto d’affitto derivi l’impossibilità per l’impresa di proseguire l’attività economica senza garantire il ripiano della situazione debitoria della società.

Più oltre il Tribunale sottolinea che anche a prescindere dall’effettivo pagamento del canone e dalla sua congruità, ha le caratteristiche del fatto distrattivo l’avvenuta cessione dell’azienda all’interno dello stesso nucleo familiare ad una società appositamente costituita pochi giorni prima del contratto, in assenza di qualsivoglia garanzia di un ripiano della situazione debitoria ed anzi nell’evidente certezza che tale ripiano mai sarebbe potuto avvenire e che detta situazione debitoria si sarebbe incrementata degli oneri annuali non coperti dal canone.

L’accusa aveva, inoltre, contestato la natura distrattiva di due cessioni immobiliari della fallita.

La prima riguardava la metà di una casa di villeggiatura ed era avvenuta in favore del fratello quasi contemporaneamente all’affitto d’azienda.

Il collegio ha ritenuto sussistente la penale responsabilità sia della fallita che della sorella, in quanto amministratrice di fatto, mentre ha assolto il fratello ed i genitori, i quali rispondevano del reato quali concorrenti estranei.

Sottolinea al riguardo il Tribunale che la penale responsabilità in concorso dell’extraneus con il soggetto qualificato presuppone una consapevolezza che abbracci le varie condotte ed i reciproci nessi per il raggiungimento dell’evento distrattivo e quindi la consapevolezza della valenza distrattiva del contratto di cessione della quota di immobile.

Quanto alla conoscenza dello stato di dissesto, il Tribunale, pur dando atto degli orientamenti difformi della giurisprudenza sul punto, ha rilevato che nel caso di specie il soggetto estraneo non può essere in grado di ricavare dall’uscita del bene dal patrimonio un giudizio di concreto repentaglio degli interessi dei creditori.

Il secondo contratto di compravendita sottoposto alla valutazione del collegio aveva per oggetto la quota di 1/9 di un’immobile ad uso abitativo e della relativa pertinenza, ceduta dalla fallita alla cognata nel medesimo contesto temporale dell’affitto d’azienda e dell’altra compravendita.

Si trattava della quota indivisa di una proprietà che la fallita aveva ricevuto in eredità dal marito alla sua morte e che, per il resto, era di proprietà dei familiari del de cuius.

L’accusa aveva individuato la prova della condotta distrattiva nel fatto che il prezzo della vendita non corrispondeva alla nona parte del valore dell’intero.

Decisiva è stata la perizia depositata dall’acquirente, assistita dall’avv. Lorenzo Cudini, che ha smentito quella dell’accusa.

Il Tribunale ha assolto sia la fallita che la concorrente esterna dal reato loro ascritto perché il fatto non sussiste, sottolineando: che c’era obiettiva incertezza sulla incongruità del prezzo (tant’è vero che il curatore non aveva ritenuto di procedere ad una stima e neppure di agire in revocatoria); che vi era un oggettivo interesse di ricondurre in capo a pochi soggetti la proprietà di un immobile diviso in quote; che il curatore avrebbe incontrato molte difficoltà nel vendere una quota così modesta della proprietà, se non offrendola ad uno dei comproprietari.

Tali circostanze non consentono, si legge nella sentenza, di ritenere provata con adeguata certezza la finalità di spoliazione di tale cessione, benchè avvenuta in concomitanza con la stipula del contratto d’affitto d’azienda.

La fallita e l’amministratrice di fatto sono state ritenute, infine, responsabili del reato di bancarotta semplice (era contestata l’ipotesi di aggravamento del dissesto prevista dal n. 4) dell’art. 217). Si legge nella sentenza che tale fattispecie sanziona il semplice ritardo nell’instaurare la procedura di fallimento, sicché per la sua sussistenza è sufficiente che si profili un aggravamento inevitabile anche per il solo aumento degli interessi passivi.

 

Obbligazione solidale e inadempimento dell’obbligato principale: onere di allegazione e della prova

pubblicata Martedì 26 Aprile 2016

La sezione specializzata in materia di impesa della Corte d’Appello di Trieste, accogliendo l’impugnazione proposta dall’avvocato Lorenzo Cudini per conto dei soci di una società in nome collettivo attiva nel settore della vendita e noleggio di supporti registrati audio e video, ha enunciato alcuni interessanti principi di diritto in materia di onere dell’allegazione e della prova a carico di chi propone in giudizio una domanda.

La Snc era stata convenuta in giudizio dalla Società Italiana degli Autori ed Editori (SIAE) avanti il Tribunale di Trieste per essere condannata al pagamento dell’importo di oltre 160.000,00 Euro, oltre IVA e interessi, a titolo di compenso per copia privata sulle vendite di supporti registrabili vergini accertate a seguito di un’ispezione congiunta della Guardia di Finanza e degli ispettori della SIAE.

L’art. 71 septies della L. 633/1941 stabilisce che l'obbligo di corrispondere detto compenso grava in prima battuta “nei confronti di chi fabbrica o importa nel territorio dello stato allo scopo di trarne profitto gli apparecchi e i supporti...”, con ciò imponendo l'obbligo di pagamento del compenso a tutti gli operatori economici individuati indipendentemente dalle modalità con le quali essi cedono successivamente i loro prodotti, e prevede altresì che “in caso di mancata corresponsione del compenso, è responsabile in solido per il pagamento il distributore degli apparecchi o dei supporti di registrazione”.

Con sentenza n. 593/2013 la sezione specializzata in materia d’impresa del Tribunale di Trieste aveva accolto la domanda e condannato la società convenuta al pagamento di quanto richiesto dalla SIAE.

Hanno proposto appello i soci della Snc (nel frattempo cessata) censurando, tra l’altro, la decisione del Tribunale per il mancato accoglimento della preliminare eccezione relativa all’omessa allegazione (ed alla conseguente omessa prova) da parte della SIAE del mancato pagamento del compenso per copia privata da parte dell’obbligato principale (l’importatore dei supporti vergini), presupposto ex lege dell’obbligazione solidale a carico del rivenditore.

La Corte territoriale con la sentenza n. 167 del 01/04/2016 ha evidenziato che la SIAE non aveva allegato nei tempi di rito il mancato pagamento del compenso da parte dell’obbligato principale e che, ciò nonostante, tale circostanza era stata affermata dal primo giudice come dato di fatto.

Ciò premesso, la Corte ha sottolineato che, stante il principio di cui all’art. 112 c.p.c., tra i fatti che la parte attrice aveva l’onere di introdurre in causa a sostegno delle ragioni giuridiche poste a fondamento della domanda, avrebbe dovuto essere compreso anche il mancato adempimento, da parte dell’obbligato principale, dell’obbligo di cui all’art. 71 septies L. 633/1941, precisando che il termine “fatti” deve essere inteso in senso non meramente naturalistico (quali accadimenti “fisici” della realtà fattuale) ma in senso giuridico, cioè quali circostanze fattuali e concrete prese in considerazione dalle norme giuridiche inerenti al diritto affermato nel processo e che, quindi, possono consistere anche in circostanze negative o ipotetiche.

Ed è questa tipologia di “fatto” che la parte ha l’onere di allegare e che la salvaguardia del principio del contraddittorio impone di rendere specificamente e tempestivamente conoscibili alla controparte, pena, in caso di omissione, il pregiudizio all’effettività del diritto di difesa riconosciuto dall’art. 24 Cost..

Conclude la Corte affermando che l’omessa allegazione dell’inadempimento dell’obbligato principale era stata tempestivamente eccepita dalla difesa degli appellanti sin dalla comparsa di risposta nel primo grado di giudizio e che la SIAE aveva di contro ribadito che la società convenuta doveva essere considerata alla stregua dell’obbligato principale, sicchè il contraddittorio si era formato su altra e distinta fattispecie.

La sentenza del Tribunale è stata, pertanto, ritenuta errata nella parte in cui, pur ritenendo corretto qualificare la Snc come mero rivenditore dei supporti registrabili (e quindi escludendo che si trattasse dell’obbligato principale) ha ritenuto fondata la domanda sulla base di un’allegazione non proposta da parte attrice.

 

La responsabilità penale da colpa medica: la motivazione della sentenza ed il richiamo all’accertamento peritale

pubblicata Giovedì 03 Settembre 2015

Con la sentenza n. 26997 del 27.4.2015 (dep. 25.6.2015) la Corte di Cassazione si è espressa in merito ai requisiti minimi necessari della motivazione della sentenza penale, sia essa di condanna o di assoluzione.

Il caso

A seguito della morte perinatale del figlio, due coniugi si erano costituiti parti civili nel procedimento penale per omicidio colposo promosso nei confronti della ginecologa dell’ospedale nel quale era avvenuto il parto.

Il giudizio di primo grado, svoltosi avanti il Tribunale di Udine, si era concluso con la condanna dell’imputata, la quale aveva impugnato la sentenza ed aveva ottenuto dalla Corte d’Appello di Trieste l’assoluzione. Assistiti dall’avv. Lorenzo Cudini, i coniugi hanno proposto ricorso in cassazione contro la sentenza della Corte territoriale che aveva ribaltato il verdetto del Tribunale, lamentando la mancanza e la contraddittorietà della motivazione che si era limitata a richiamare le conclusioni di una nuova perizia disposta in appello, la quale aveva escluso ogni profilo di responsabilità della ginecologa per colpa medica.

La sentenza

Afferma la Suprema Corte che i giudici d’appello hanno errato nel limitarsi a richiamare ed a fare proprie, nella motivazione della sentenza assolutoria, le osservazioni dei periti senza un effettivo esame delle questioni che il procedimento aveva evidenziato e che avevano giustificato la nomina di un nuovo collegio peritale nel secondo grado di giudizio. Se da un lato il permanere di incertezze in ordine ai profili di responsabilità medica aveva indotto la Corte territoriale a disporre una nuova perizia, l’adesione alle conclusioni della stessa, proprio perché diametralmente opposte a quelle del perito del Tribunale, avrebbe dovuto soddisfare tutti i requisiti di completezza, logicità e congruenza tipici di una corretta motivazione.

Manca invece nella sentenza impugnata, secondo la Corte, la spiegazione delle ragioni per le quali il Giudice del merito ha ritenuto di disattendere le conclusioni del primo perito - con un insufficiente implicito richiamo alle censure degli appellanti - e contemporaneamente di aderire a quelle del nuovo collegio peritale.

Per fornire una congrua ragione della scelta operata, la Corte avrebbe dovuto confrontare le conclusioni dei suoi periti, che avevano escluso la responsabilità della ginecologa, con quelle del perito di primo grado, che invece l’aveva ritenuta sussistente, e rapportarle entrambe alle altre risultanze processuali, mettendo in relazione tra loro gli argomenti di tutte le parti (come d’altra parte aveva fatto il Tribunale), indicando le ragioni del proprio convincimento e sviluppando così un percorso motivazionale completo su tutta la complessa vicenda. Conclude la Suprema Corte sottolineando che non era sufficiente un mero approfondimento delle varie fasi e dei singoli aspetti del fatto, separati gli uni dagli altri e isolatamente considerati, accompagnato dalla generica considerazione che non tutto era stato possibile chiarire con certezza.

Alla luce di tutto ciò, la Corte di Cassazione ha ritenuto che la motivazione della sentenza vada rivista nel suo complesso e per questo ha annullato la decisione della Corte d’Appello di Trieste con rinvio per un nuovo esame al giudice civile competente per valore in grado d’appello.

Come si è detto, infatti, la sentenza era stata impugnata dai genitori del neonato ai soli effetti civili, perché con la pronuncia della Corte d’Appello gli effetti penali della sentenza assolutoria erano già divenuti definitivi.

Appare opportuno evidenziare che la Cassazione ha segnato un importante punto su una questione di non poco rilievo che andrebbe tenuta presente anche nelle pronunce civili. Accade spesso, infatti, che il giudice di merito (civile o penale che sia), quando la decisione dipende dalla soluzione di questioni di natura tecnica, si limiti a richiamare le conclusioni dei suoi periti, quasi fosse inevitabile l’adesione alla loro valutazione. Con la sentenza in commento la Cassazione afferma, però, che l’utilizzo dell’ausiliario non può dispensare il Giudice dall’elaborazione di un adeguato impianto motivazionale, soprattutto quando, come nel caso di specie, si tratta di ribaltare una precedente opposta decisione del giudice di primo grado.

 

La detenzione di programmi informatici sprovvisti di licenza d’uso non costituisce illecito (penale o amministrativo) se non è dimostrato lo scopo commerciale o imprenditoriale

pubblicata Venerdì 12 Giugno 2015

La sentenza n. dell’8.5.2015 del Tribunale di Pordenone si pone in linea con il recente orientamento giurisprudenziale in tema di applicazione dell’art. 171 bis della Legge sul Diritto d’Autore (L. 22.4.1941 n. 633).

A seguito di un’ispezione della Guardia di Finanza nel suo studio, ad un professionista era stato contestato dapprima il reato di cui all’art. 171 bis e successivamente, nonostante l’archiviazione del procedimento penale, la sanzione amministrativa prevista dal successivo art. 174 bis.

Assistito dall’avv. Lorenzo Cudini, il professionista ha proposto opposizione avanti il Tribunale di Pordenone contro l’ordinanza-ingiunzione.

Va ricordato che l’art. 171 bis punisce penalmente la condotta di chi:

a) duplica, al fine di trarne profitto, programmi per elaboratore;

b) importa, distribuisce, vende, detiene a scopo commerciale o imprenditoriale o concede in locazione, al fine di trarne profitto, programmi per elaboratore.

L’art. 174 bis prevede, parallelamente, l’applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria per le violazioni delle disposizioni previste dalla II sezione della legge 633 del 1941 ed infatti stabilisce che: “Ferme le sanzioni penali applicabili, la violazione delle disposizioni previste nella presente sezione è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria pari al doppio del prezzo di mercato dell'opera o del supporto oggetto della violazione, in misura comunque non inferiore a euro 103,00”.

In altri termini l’applicabilità del 174 bis è subordinata all’accertamento della violazione di una delle norme previste nella II sezione della legge 633/1941.

Nel caso di specie, in sede di accertamento i verbalizzanti avevano rinvenuto all’interno dell’immobile ove il professionista svolgeva l’attività professionale, in particolare sulla scrivania solitamente utilizzata da quest’ultimo, un DVD contente alcuni programmi informatici che sarebbero risultati sprovvisti di licenza d’uso.

Il reato di cui alla lett. a) dell’art. 171 bis sussiste soltanto in presenza di due circostanze: la prova dell’abusiva duplicazione da parte del soggetto agente di un programma per elaboratore e la prova del dolo specifico di profitto.

Quello previsto dalla lett. b) punisce, invece, la condotta di chi, pur non avendo duplicato personalmente il programma, importa, vende, distribuisce o detiene i programmi a fini commerciali o imprenditoriali ovvero concede in locazione gli stessi.

Quanto alla prima fattispecie mancava sia la prova dell’elemento oggettivo (la duplicazione) che di quello soggettivo (la finalità del profitto), quanto alla seconda, la mera detenzione del programma non originale non poteva considerarsi illecita in difetto dello “scopo commerciale o imprenditoriale”. Da ciò era dipesa l’archiviazione del procedimento penale a carico del professionista.

Il Tribunale di Pordenone, nel procedimento di opposizione alla sanzione amministrativa, ha sottolineato che il presupposto per la contestazione dell’illecito amministrativo è la sussistenza del fatto reato di cui all’art. 171 bis, che non può ritenersi sussistente alla luce della nota sentenza della Suprema Corte (Cass. pen. 22.10.2009 n. 49385), sicchè viene meno il presupposto dell’applicazione dell’art. 174 bis e l’ordinanza ingiunzione va annullata.