Responsabilità ex art. 2051 c.c. – Prevedibilità dell’insidia e responsabilità per danni da cose in custodia.

pubblicata Giovedì 18 Ottobre 2012

Si segnala un caso affidato allo studio e recentemente oggetto favorevole di pronuncia della Corte d’Appello di Trieste (sentenza 6.6.2012, n. 454, Cons. relatore dottor Cerroni) in materia di danno cagionato da cosa in custodia (art. 2051 c.c.).

In primo grado l’attrice, assumendo di essere caduta scendendo una scala condominiale perché “bagnata e priva di normale illuminazione”, aveva tratto in giudizio il Condominio chiedendo il risarcimento dei danni subìti. Quest’ultimo si era costituito chiamando in manleva la propria compagnia assicuratrice, difesa dall’avv. Andrea Cudini.

Poiché il Tribunale aveva rigettato la domanda, l’attrice aveva proposto appello assumendo che la norma di cui all’art. 2051 c.c. introdurrebbe “una responsabilità presunta in capo del soggetto che si trovi in una determinata relazione di fatto con la cosa, avendone il potere di effettiva disponibilità e controllo”. Nei motivi d’impugnazione aveva altresì dedotto che “il mancato funzionamento dell’impianto di illuminazione non può essere ricompreso nel novero delle situazioni riconducibili al caso fortuito” sicché non sarebbe stato possibile escludere una responsabilità da custodia in capo al Condominio.

Con la sentenza richiamata, la Corte d’Appello di Trieste, alla stregua di quanto dedotto dalla difesa della Compagnia, ha affermato che “la responsabilità da cose in custodia sussiste qualora ricorrano due presupposti: un’alterazione della cosa che, per le sue intrinseche caratteristiche, determina la configurazione nel caso concreto della c.d. insidia o trabocchetto e l’imprevedibilità e l’invisibilità di tale alterazione per il soggetto che, in conseguenza di questa situazione di pericolo, subisce un danno”.

Nel caso in questione, la scelta dell’attrice di impegnare la scala nonostante la carente visibilità e nonostante la presenza di un ascensore dimostra che la stessa era ben consapevole della situazione di potenziale pericolo. La Corte d’Appello ha pertanto ritenuto che la sua decisione di scendere comunque la scala abbia costituito la condotta autonoma cui ricondurre il fatto lesivo lamentato, escludendo la responsabilità ex 2051 del Condominio.

 

Condotta di guida e responsabilità: è sempre responsabile chi non tiene la destra ?

pubblicata Lunedì 03 Settembre 2012

Il Tribunale di Udine, in qualità di Giudice d'appello, ha recentemente accolto un'impugnazione, proposta dallo Studio per conto di una delle Compagnie di assicurazione nostre assistite, contro una sentenza del Giudice di Pace di Udine.

Si era rivolto al Giudice di Pace un motociclista che era rimasto coinvolto in un sinistro stradale con un'autovettura che viaggiava in senso opposto al suo. Nell'affrontare una curva a sinistra in un centro abitato, la vettura aveva svoltato in prossimità della linea di mezzeria, forse addirittura toccandola con le ruote di sinistra. Il motociclista, invece, aveva affrontato la curva, per lui a destra, a velocità eccessiva e non adegutata allo stato dei luoghi. Sicché i due mezzi erano entrati in collisione in centro alla carreggiata.

Benchè le condotte di guida dei due conducenti fossero chiarissime, in Giudice di Pace, sulla scorta della relazione di un consulente tecnico d'ufficio, che invece di riferire solo dati tecnici aveva affrontato anche il campo delle responsabilità dell'accaduto, materia di sola pertinenza del Giudice, aveva attribuito ai due una responsabilità presunta, ai sensi del secondo comma dell'art. 2054 c.c.. Per questo, all'esito della pronuncia, la Compagnia aveva risarcito il 50 % dei danni subiti dal motociclista.

Assumendo, tuttavia, che la circostanza che la vettura non tenesse strettamente la destra non era rilevante nel sinistro, non essendo infatti in nesso di causalità con l'accaduto, la Compagnia, assistita dall'avvocato Andrea Cudini, aveva appellato la sentenza sfavorevole.

In particolare, osservava l'avvocato Cudini che il motociclista, che, tra l'altro subito dopo il sinistro aveva confessato agli occupanti della vettura di non conoscere i luoghi e di aver erroneamente ritenuto che la strada proseguisse in senso rettilineo, arrivando in prossimità della curva ad elevata velocità, non era riuscito a controllare la moto e, invece di curvare, era andato dritto contro la autovettura. Il fatto che quest'ultima avesse svoltato in prossimità della linea di mezzeria, dunque, era stata circostanza irrilevante, posto che il motociclista, affrontando velocemente quel tratto di strada, non aveva nemmeno potuto percepire la distanza dell'auto dal centro strada.

Il Tribunale di Udine ha accolto integralmente dette argomentazioni ed ha riformato la sentenza del Giudice di Pace, rigettando la domanda risarcitoria dell'attore.

La sentenza in questione affronta il delicato argomento della responsabilità del conducente in un sinistro e soprattutto, quello della corretta valutazione della condotta di guida.

Accogliendo l'appello, il Tribunale ha osservato che con l'art. 143 del Codcie della Strada non si è inteso affermare un obbligo di carattere assoluto riguardo alla mano da tenere nella guida, dovendo detto obbligo armonizzarsi con quello, stabilito dall'art. 140 dello stesso Codice, di comportarsi in modo da non costituire pericolo per la circolazione dei veicoli (così anche la Cassazione con sentenza n. 7575/1991). Per questo, in caso di collisione tra veicoli, l'inosservanza dell'obbligo di tenere rigorosamente la destra non va valutata in sè e per sè, ma in relazione alle concrete circostanze di tempo, di luogo e di situazione nelle quali l'evento si è veriicato. La giurisprudenza, infatti, insegna che, in caso di azione di responsabilità per danni derivanti da un sinistro stradale, al fine di accertare la sussistenza del nesso di causalità materiale tra condotta dei soggetti coinvolti ed evento dannoso, deve farsi applicazione del cosiddetto criterio di regolarità causale, consistente nell'equo contemperamento tra le distinte teorie della "condicio sine qua non" e della causalità adeguata. A fronte di ciò, si ritiene che una condotta sia causa o concausa di un evento solamente se quest'ultimo non si sarebbe verificato senza la prima e se l'evento, in virtù di un giudizio "ex ante", appare conseguenza normale e verosimile della medesima condotta. Ma il nesso di causalità va radicalmente escluso qualora si accerti, ai sensi dell'art. 41, comma 2, c.p., applicabile anche nel giudizio civile, che la causa prossima (c.d. " causa prossima di rilievo") sia stata da sola idonea a produrre l’evento (così Corte appello Bologna, 13 luglio 2004; Cassazione civile , sez. III, 15 gennaio 2003 , n. 484).

Come è stato nel caso che ha occupato lo Studio: la moto avrebbe comunque impattato contro la vettura, anche se quest'ultima non avesse marciato in prossimità del centro strada.

 

Riduzione delle disposizioni testamentarie lesive della legittima. Presunzione contitolarità conto corrente.

pubblicata Martedì 13 Settembre 2011

Con la recente sentenza n. 1072 del 28.6.2011, il Tribunale di Udine, sulla domanda proposta da un cliente dello Studio per ottenere il riconoscimento della sua quota legittima dell'eredità paterna, previa riduzione delle disposizioni del testamento olografo lasciato dal de cuius in favore degli altri figli, ha preso posizione su una frequente ipotesi controversa.

Si discuteva, infatti, anche della titolarità dei valori, denaro e titoli, reperiti in un conto corrente bancario cointestato al de cuius e ad uno dei figli.

La difesa di costui sosteneva che era caduta in successione solo la metà di quei valori, proprio perché il conto era cointestato. E che, comunque, la cointestazione faceva presumere la contitolarità del conto corrente.

Il Tribunale ha, invece, accolto la diversa tesi proposta dagli avvocati Cudini per il proprio del cliente. Poiché è stato dimostrato in corso di causa che il conto corrente era alimentato solamente da denaro del de cuius , col quale poi erano acquistati anche valori mobiliari, è stata vinta la presunzione di contitolarità e l'intero saldo attivo del conto è caduto in successione entrando a far parte dell'attivo ereditario. Detto orientamento, seguito dal Tribunale come chiesto dagli avvocati Cudini, è stato tracciato anche dalla Cassazione civile, con la recente sentenza della sezione I, 05 dicembre 2008, n. 28839 e, in tempi meno recenti, con la sentenza 26 ottobre 1981 n. 5584.

I soccombenti, avendo ostacolato il raggiungimento di qualsiasi accordo transattivo in corso di causa, sono stati anche condannati alla rifusione delle spese legali al cliente dello Studio.

 

Comodato senza determinazione di durata - art. 1810 c.c. - richiesta di restituzione dell'immobile - recesso

pubblicata Martedì 19 Luglio 2011

F.M. nel 2003 concedeva a M.M. un immobile di sua proprietà in comodato gratuito, senza stabilire alcun termine per la restituzione dello stesso.

Incorsa in difficoltà economiche, nel 2009 F.M. decideva di recedere dal contratto al fine di concedere l'immobile in locazione e percepire, così, i canoni mensili.

A tal fine, notificava a M.M. la dichiarazione di recesso e la contestuale intimazione di restituzione del cespite.

Invero, M.M. si rifutava di adempiere alla richiesta e F.M. si vedeva costretta ad adire le vie legali, notificando all'inquilino, per il tramite dei suoi difensori, il ricorso ex art. 447 bis c.p.c. diretto ad ottenere il riconoscimento giudiziale dell'intervenuta risoluzione del contratto di comodato.

Il Tribunale di Udine, con la sentenza n. 1670/09 del 2.12.2009, ha accolto il ricorso di F.M. e ha riconosciuto la sussistenza del suo diritto a rientrare nel possesso dell'immobile.

Secondo la corte territoriale, infatti, la notifica del recesso è atto idoneo a determinare la risoluzione del contratto. L'art. 1810 c.c., infatti, nel caso di c.d. comodato precario (cioè privo della determinazione del termine di durata) sancisce l'obbligo, per il comodatario, di restituire la cosa non appena il comodante ne faccia richiesta.

Pertanto, la ricezione dell'avviso di rilascio aveva reso la detenzione di M.M. ingiustificata e senza titolo e, conseguentemente, la domanda di F.M. è stata ritenuta meritevole di accoglimento.

 

Azione di risarcimento del danno da delitto doloso - Concorso colposo del danneggiato ex art. 1227 c.c. - esclusione - Personalizzazione del risarcimento

pubblicata Venerdì 15 Luglio 2011

Di sicuro interesse, per i principi giuridici applicati, è la sentenza n. 562/11 del 25.3.2011 con la quale il Tribunale di Udine ha accolto la richiesta di risarcimento del danno formulata dall'avv. Lorenzo Cudini per conto di un cliente che aveva subito gravissime lesioni personali nel corso di una collutazione.

L'aggressore, invero, benché condannato con sentenza del Tribunale penale il quale l'aveva dichiarato responsabile delle lesioni cagionate al cliente dello Studio, aveva resistito nel giudizio civile sostenendo di essere stato a sua volta aggredito e, per questo, chiedendo l'accertamento di un concorso dell'attore nella vicenda

Il Tribunale di Udine, con la sentenza citata, ha accolto interamente la domanda del cliente dello Studio riconoscendogli il pieno diritto al risarcimento.

Con la medesima pronunzia, il Tribunale di Udine ha espresso l'applicabilità delle tabelle previste dall'art. 139 del Codice delle Assicurazioni anche con riferimento alle vicende estranee all'infortunistica stradale e ciò al fine di garantire l'equità e l'uniformità della liquidazione del danno non patrimoniale, in ossequio al principio di uguaglianza sancito dall'art. 3 Cost.

Con specifico riferimento alla personalizzazione del danno conseguente a delitto doloso, è stata riconosciuto il diritto ad un appesantimento dell'indennizzo rispetto a quanto stabilito dal Codice delle Assicurazioni e dalla prassi giurisprudenziale, in ragione della tipologia del fatto e del danno. E', infatti, necessario attribuire autonomo e specifico rilievo ad aspetti quali il coinvolgimento personale della persona offesa dal reato nella vicenda penale, la sua partecipazione al processo e la pubblicità che ne deriva.