Il Ministero della Salute deve liquidare la rivalutazione monetaria dell’intero indennizzo riconosciuto ai sensi della legge 210/1992

pubblicata Martedì 04 Febbraio 2014

Il Ministero della Salute deve liquidare la rivalutazione monetaria dell’intero indennizzo riconosciuto ai sensi della alla legge 210/1992 alle vittime di contagio da epatite cronica HCV o epatite C riconducibile ad un’emotrasfusione ricevuta in una struttura sanitaria convenzionata col SSN.

La cliente dello Studio Cudini aveva appreso nel corso dell’anno 2007 di essere affetta da epatite cronica HCV (c.d. epatite C) ed essendo la patologia riconducibile all’emotrasfusione ricevuta nell’anno 1987 in una struttura sanitaria convenzionata col SSN, aveva formulato all’Azienda per i Servizi Sanitari competente oltreché al Ministero della Salute la richiesta di indennizzo ai sensi dell’art. 1 della L. 210/1992.

Accertato il nesso di causalità tra la sua patologia e l’emotrasfusione, il Ministero aveva riconosciuto il diritto all’indennizzo, che le era stato liquidato alla donna a partire dall’ottobre 2011 unitamente agli arretrati, ma omettendo la rivalutazione delle somme dovute dall’aprile 2008 al dicembre 2011.

Invero, la rivalutazione avrebbe dovuto essere corrisposta in virtù del principio di diritto enunciato nella recentissima sentenza 9 novembre 2011 n. 293 della Corte Costituzionale, essendo la somma di cui all’art. 1 della L. 210/1992 rivalutabile nella sua interezza e, quindi, anche nella sua componente rappresentata dall’importo corrispondente all’indennità integrativa speciale.

L’equivoco era sorto perché le tabelle predisposte dal Ministero recanti gli importi bimestrali degli indennizzi previsti dalla L. 210/1992 per ogni singola categoria di aventi diritto, prevedono la rivalutazione annua al tasso di inflazione programmato per la sola voce “indennizzo”, lasciando inalterati gli importi relativi alla voce “integrazione”.

Sulla scorta di quelle indicazioni, il Ministero per le somme dovute fino al dicembre 2011 non aveva dunque corrisposto la rivalutazione per la voce “indennità integrativa speciale”.

Con la sentenza n. 255/2013 del 5.7.2013, il Tribunale di Udine, nella persona del Giudice dottor Gianmarco Calienno, accertando la fondatezza della domanda presentata dallo Studio Cudini, ha riconosciuto il buon diritto della ricorrente al riconoscimento della rivalutazione monetaria dell’intera indennità riconosciutale, condannando il Ministero al pagamento del giusto dovuto, con interessi e spese di giustizia.

 

Il locatore del veicolo senza conducente non è obbligato in solido con l’autore della violazione del Codice della Strada se le generalità di quest’ultimo sono comunicate all’accertatore. L’eventuale notifica della cartella esattoriale per contravvenzioni

pubblicata Venerdì 06 Settembre 2013

L’interessante caso trae origine da una cartella esattoriale notificata ad una società concessionaria di un noto gruppo operante nel settore della locazione di autoveicoli senza conducente, assistita dello Studio Cudini,

Nella vicenda, Equitalia, incaricata dell’esercizio dell’attività di riscossione di tributi, contributi e sanzioni per il FVG, aveva iscritto a ruolo somme relative ad alcune sanzioni pecuniarie comminate dalla Polizia Municipale di Firenze per violazioni del Codice della Strada commesse da utilizzatori di mezzi di proprietà della cliente, durante il periodo del noleggio.

Ciò sebbene quest’ultima avesse tempestivamente trasmesso all’organo accertatore i contratti dai quali risultavano le generalità degli utilizzatori stessi.

Nell’impugnazione della cartella esattoriale, notificata sia ad Equitalia che al Comune di Firenze, in persona del sindaco Matteo Renzi, l’avv. Andrea Cudini deduceva che l’iscrizione a ruolo delle somme ivi indicate era illegittima, rilevando che, secondo il combinato disposto di cui all’art. 84 e all’art. 196 del Codice della Strada, la responsabilità solidale per le infrazioni commesse alla guida riguarda soltanto il locatario e l’autore della violazione, e non, invece, il locatore proprietario.

Il Giudice di Pace di Firenze, richiamandosi anche alla circolare interpretativa del Ministero degli Interni n. 300A48507-113-2 del 1994, ha annullato l’iscrizione a ruolo confermando quanto opposto dallo Studio e cioè che la locataria del veicolo senza conducente non è obbligata in solido ai sensi dell’art. 196 C.d.S.

Inoltre, facendo propria un’argomentazione della ricorrente, ha sentenziato che legittimamene l’impugnativa della cartella esattoriale può svolgersi nelle forme e nei termini dell’opposizione a sanzione amministrativa quando sia dedotta l’inesistenza fattuale e giuridica del provvedimento sanzionatorio oppure l’omessa notificazione dell’atto. Nel caso in questione lo Studio aveva infatti prescelto il rimedio previsto dalla L. 689/1981 anziché quello di cui all’art. 615 c.p.c. deducendo che la notifica della cartella impugnata doveva considerarsi inesistente, in quanto espletata nei confronti di soggetto, quale è la società locataria, privo di alcuna relazione con il destinatario dell’atto.

Sono a disposizione per il download la sentenza del Giudice di Pace di Firenze e la Circolare interpretativa 15.1.1994 del Ministero dell'Interno.

 

Installazione di sbarre automatiche a chiusura dell’area scoperta condominiale. Un nuovo interessante caso

pubblicata Venerdì 10 Maggio 2013

La vicenda, della quale si è occupato l’avv. Giuseppe Cudini, ha visto coinvolto un Condominio di Lignano Sabbiadoro, cliente dello Studio, sulla cui proprietà esiste un’ampia area scoperta di pertinenza destinata al transito pedonale e carraio ed al parcheggio delle autovetture dei condomini.

Poiché nell’area anzidetta erano soliti parcheggiare, soprattutto durante la stagione turistica, i clienti dei negozi situati al piano terra ed anche gli estranei (di fatto impedendo ai condomini di esercitare il loro diritto di comproprietà) alcuni anni fa l’assemblea aveva deciso di chiudere gli accessi al parcheggio con sbarre automatiche.

La società immobiliare proprietaria di uno dei negozi, concesso in locazione a terzi, aveva impugnato quella delibera sostenendone l’illegittimità. Il Tribunale di Udine Sezione Distaccata di Palmanova le aveva dato torto accogliendo, invece, la tesi del Condominio che si era difeso sostenendo che il singolo condomino non può pretendere che il suo diritto di utilizzare l’area comune comprenda anche quello di consentirne l’utilizzo a terzi (i clienti del negozio), posto che la libera sosta lasciata a questi ultimi di fatto avrebbe impedito ai proprietari di regolare il meccanismo di accesso all’area. Aveva, altresì, affermato il Tribunale in quella decisione che, anche in considerazione del fatto che i parcheggi erano in numero insufficiente a soddisfare le esigenze di tutti i proprietari, la sosta di terzi avrebbe pregiudicato il diritto degli altri partecipanti alla comunione di fare analogo uso dell’area comune.

Ottenuta la sentenza favorevole, l’assemblea del Condominio, che per “quieto vivere” aveva in precedenza dato esecuzione solo parziale alla delibera, installando le sbarre automatiche in modo da consentire la sosta libera in alcuni stalli di fronte all’esercizio commerciale, ha deliberato di riposizionare quelle sbarre e di chiudere tutto lo scoperto condominiale.

E’ a quel punto nuovamente insorta la società proprietaria del negozio lamentando che la delibera rappresentava una lesione del possesso, sino ad allora da lei esercitato anche tramite i suoi inquilini, di una servitù industriale avente ad oggetto il libero accesso da parte dei clienti del negozio all’area scoperta antistante.

Il Tribunale di Udine, avanti il quale si è svolto il nuovo giudizio, ha rigettato il ricorso, ancora una volta accogliendo la tesi difensiva del Condominio.

Queste le motivazioni:

1. La sentenza della Sezione Distaccata di Palmanova aveva acquisito efficacia di giudicato (“c.d. “sostanziale”) anche in ordine alle motivazioni per le quali la domanda di annullamento della delibera assembleare era stata respinta.

2. In particolare, l’esistenza di una servitù industriale di transito e parcheggio a favore di terzi (clienti del negozio ed estranei) era smentita da quella decisione che aveva riconosciuto ai soli condomini il diritto di godimento dell’area in questione, sicchè la medesima questione non poteva essere riproposta nel nuovo giudizio.

3. Il fatto, tuttavia, che il nuovo giudizio avesse ad oggetto la tutela del possesso non impediva una autonoma valutazione che prescindeva dall’accertamento del diritto sotto il profilo “petitorio”.

4. Ebbene, nel caso di specie la condotta del Condominio doveva essere ritenuta priva dell’animus turbandi, vale a dire dell’elemento soggettivo che costituisce il presupposto dell’accoglimento dell’azione di manutenzione. Sotto questo profilo, il Tribunale ha ritenuto insussistente il dolo o quantomeno la colpa necessari per integrare l’illecito lamentato, posto che il Condominio, forte della sentenza che aveva riconosciuto il suo diritto di chiudere l’intera area scoperta di pertinenza e, nel contempo, che aveva negato l’esistenza di diritti esclusivi in capo alla società proprietaria del negozio, era legittimato a dare completa attuazione alla delibera anche privando l’esercizio commerciale dei pochi stalli sino a quel momento lasciati liberi.

 

Risoluzione del contratto d’affitto d’azienda e riconsegna del bene. Ammissibilità del procedimento d’urgenza

pubblicata Venerdì 22 Marzo 2013

Il Tribunale di Udine, con ordinanza resa il 7.1.2013, confermata in sede di reclamo il 7.2.2013, ha recentemente accolto la domanda formulata in via d’urgenza dallo Studio in materia di affitto d’azienda.

Era accaduto che un imprenditore del settore alberghiero concedesse in affitto l’hotel di lusso di sua proprietà e che l’affittuario, ad un certo punto, non avesse più provveduto a versare i canoni pattuiti.

L’inadempimento aveva comportato la risoluzione di diritto del contratto (stante l’operatività della clausola risolutiva espressa in esso contenuta) e, nel contempo, fatto divenire illegittima la detenzione dell’azienda da parte dell’affittuario, essendo venuto meno il titolo che la giustificava.

Poiché il proprietario, nonostante ciò, non riusciva ad ottenere la riconsegna dell’albergo, l’avvocato Lorenzo Cudini aveva promosso un procedimento per ottenere un provvedimento d’urgenza ex art. 700 c.p.c., al fine di reimmettere il suo assistito nel possesso del bene di sua proprietà.

Il Tribunale di Udine, con specifico riferimento alla domanda dello Studio, ha chiarito che “la tutela ex art. 700 c.p.c. era l’unica in grado di proteggere adeguatamente gli interessi della società ricorrente”.

In particolare, avuto riguardo alla particolare natura del “bene-azienda”, il Tribunale ha sottolineato che l’esigenza cautelare esposta era “quella di riavere quanto prima la disponibilità effettiva e concreta del bene per reimmetterlo nel circuito della propria attività imprenditoriale”.

Per questa ragione, il Tribunale, con la decisione confermata in sede di reclamo, a prescindere dalla spontanea riconsegna del bene in corso di causa, ha stabilito che alla ricorrente doveva essere riconosciuto “uno strumento di tutela anticipata, rispetto alla prospettiva del prolungarsi di una situazione illecita a carattere permanente (occupazione dell’immobile senza pagamento del corrispettivo) e il provvedimento d’urgenza richiesto era l’unico idoneo ad assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione in merito, posto che né il sequestro giudiziale né il sequestro conservativo avrebbero consentito alla ricorrente di rientrare nella piena disponibilità dei beni”.

È stato, in particolare, sottolineato l’orientamento secondo cui la tutela d’urgenza si era resa necessaria anche in considerazione del fatto che il protrarsi della materiale e giuridica indisponibilità di un immobile di considerevole valore e insuscettibile di venire altrimenti utilizzato o di produrre reddito, avrebbe determinato il concreto rischio per la locatrice di subire anche un danno alla propria immagine commerciale nonché la perdita dell’avviamento.

 

La consegna dell'imbarcazione non comporta l'automatica stipula di un contratto di deposito

pubblicata Lunedì 28 Gennaio 2013

In un giudizio recentemente deciso dalla Corte d’Appello di Trieste, lo Studio aveva assunto la difesa di una società per azioni proprietaria di una vasta area portuale sita in una località turistica della regione e di un piazzale destinato alla sosta “a secco” di imbarcazioni e natanti.

La società era stata convenuta avanti il Tribunale di Pordenone dalla proprietaria di un’imbarcazione che sosteneva di aver subito il furto di gran parte delle attrezzature della barca proprio nel periodo in cui la stessa era stata lasciata in sosta sul piazzale della cliente dello Studio. Adducendo che la consegna dell’imbarcazione aveva comportato la stipula di un contratto di deposito e l’assunzione, da parte della società, dell’obbligo di custodire l’imbarcazione stessa e tutto il suo contenuto, l’armatrice aveva chiesto al Tribunale la condanna della depositaria al risarcimento del danno.

Il Tribunale di Pordenone aveva respinto la domanda ritenendo che quello tacitamente stipulato tra le parti non fosse un contratto di deposito, ma una locazione atipica di spazio aperto. Con ciò escludendo che la società si fosse mai assunta l’onere di custodire i beni dell’armatrice. Che, alla fine, era stata condannata a rifondere le spese di lite alla società ingiustamente convenuta.

Non soddisfatta del giudizio del Tribunale, la donna aveva impugnato la sentenza avanti la Corte d’Appello di Trieste adducendo, tra l’altro, che il primo giudice aveva errato nel qualificare il contratto che aveva legato le parti.

Con la recentissima sentenza n. 53/2013, la Corte d‘Appello di Trieste ha rigettato l’impugnazione condannando l’armatrice a rifondere alla società convenuta anche le spese del giudizio d’appello.

Seguendo le difese proposte dall’avvocato Andrea Cudini, la Corte ha chiaramente evidenziato le ragioni di diritto che consentono di sancire l’infondatezza della domanda risarcitoria.

Innanzitutto, ha osservato la Corte, il fatto che la proprietaria armatrice non abbia personalmente portato l’imbarcazione all’interno della struttura della società convenuta, ma che, invece, vi abbia provveduto altro soggetto cui la stessa proprietaria l’aveva affidata per la vendita, non è circostanza che la esime dal rispetto del contratto abitualmente proposto dalla società convenuta alla propria clientela e delle relative clausole, contratto che poteva dunque dirsi accettato sia a seguito del pagamento di somme per la sosta da parte dell’armatrice – proprietaria sia, soprattutto, del mancato ritiro della barca, rimasta in sosta per lungo tempo.

Si era verificata, a dire della Corte, una traditio rei potendo quest’ultima ricorrere non solo nel caso di materiale apprensione del bene, ma anche in quello di “bene già nella sfera di disponibilità altrui”.

Ma, quel che è più importante, la Corte ha affermato che la dazione non aveva automaticamente fatto sorgere un deposito, occorrendo per la ricorrenza di tale diversa fattispecie contrattuale che la consegna fosse avvenuta “allo scopo specifico della custodia”, essendo quest’ultima causa del contratto l’origine delle conseguenti obbligazioni a carico del depositario. La prova della causa, naturalmente, sarebbe spettata alla proprietaria. E la mera consegna ed il pagamento eseguito per la sosta non sono stati ritenuti tali, sicché non di contratto di deposito si era trattato, ma di mera “locazione di area”. Che è quel che da sempre la difesa della società aveva sostenuto.

Difettando altresì la necessaria prova dell’effettiva esistenza dei beni che l’attrice aveva sostenuto le fossero stati rubati, la Corte ha argomentato ritenendo ulteriormente infondata la sua pretesa risarcitoria.

Per questo la società assistita dallo Studio Cudini è stata mandata assolta da ogni responsabilità, non avendo assunto obblighi di custodia nei confronti della cliente che ha subito pure la condanna alla rifusione delle spese del giudizio d’appello.