Obbligazione solidale e inadempimento dell’obbligato principale: onere di allegazione e della prova

pubblicata Martedì 26 Aprile 2016

La sezione specializzata in materia di impesa della Corte d’Appello di Trieste, accogliendo l’impugnazione proposta dall’avvocato Lorenzo Cudini per conto dei soci di una società in nome collettivo attiva nel settore della vendita e noleggio di supporti registrati audio e video, ha enunciato alcuni interessanti principi di diritto in materia di onere dell’allegazione e della prova a carico di chi propone in giudizio una domanda.

La Snc era stata convenuta in giudizio dalla Società Italiana degli Autori ed Editori (SIAE) avanti il Tribunale di Trieste per essere condannata al pagamento dell’importo di oltre 160.000,00 Euro, oltre IVA e interessi, a titolo di compenso per copia privata sulle vendite di supporti registrabili vergini accertate a seguito di un’ispezione congiunta della Guardia di Finanza e degli ispettori della SIAE.

L’art. 71 septies della L. 633/1941 stabilisce che l'obbligo di corrispondere detto compenso grava in prima battuta “nei confronti di chi fabbrica o importa nel territorio dello stato allo scopo di trarne profitto gli apparecchi e i supporti...”, con ciò imponendo l'obbligo di pagamento del compenso a tutti gli operatori economici individuati indipendentemente dalle modalità con le quali essi cedono successivamente i loro prodotti, e prevede altresì che “in caso di mancata corresponsione del compenso, è responsabile in solido per il pagamento il distributore degli apparecchi o dei supporti di registrazione”.

Con sentenza n. 593/2013 la sezione specializzata in materia d’impresa del Tribunale di Trieste aveva accolto la domanda e condannato la società convenuta al pagamento di quanto richiesto dalla SIAE.

Hanno proposto appello i soci della Snc (nel frattempo cessata) censurando, tra l’altro, la decisione del Tribunale per il mancato accoglimento della preliminare eccezione relativa all’omessa allegazione (ed alla conseguente omessa prova) da parte della SIAE del mancato pagamento del compenso per copia privata da parte dell’obbligato principale (l’importatore dei supporti vergini), presupposto ex lege dell’obbligazione solidale a carico del rivenditore.

La Corte territoriale con la sentenza n. 167 del 01/04/2016 ha evidenziato che la SIAE non aveva allegato nei tempi di rito il mancato pagamento del compenso da parte dell’obbligato principale e che, ciò nonostante, tale circostanza era stata affermata dal primo giudice come dato di fatto.

Ciò premesso, la Corte ha sottolineato che, stante il principio di cui all’art. 112 c.p.c., tra i fatti che la parte attrice aveva l’onere di introdurre in causa a sostegno delle ragioni giuridiche poste a fondamento della domanda, avrebbe dovuto essere compreso anche il mancato adempimento, da parte dell’obbligato principale, dell’obbligo di cui all’art. 71 septies L. 633/1941, precisando che il termine “fatti” deve essere inteso in senso non meramente naturalistico (quali accadimenti “fisici” della realtà fattuale) ma in senso giuridico, cioè quali circostanze fattuali e concrete prese in considerazione dalle norme giuridiche inerenti al diritto affermato nel processo e che, quindi, possono consistere anche in circostanze negative o ipotetiche.

Ed è questa tipologia di “fatto” che la parte ha l’onere di allegare e che la salvaguardia del principio del contraddittorio impone di rendere specificamente e tempestivamente conoscibili alla controparte, pena, in caso di omissione, il pregiudizio all’effettività del diritto di difesa riconosciuto dall’art. 24 Cost..

Conclude la Corte affermando che l’omessa allegazione dell’inadempimento dell’obbligato principale era stata tempestivamente eccepita dalla difesa degli appellanti sin dalla comparsa di risposta nel primo grado di giudizio e che la SIAE aveva di contro ribadito che la società convenuta doveva essere considerata alla stregua dell’obbligato principale, sicchè il contraddittorio si era formato su altra e distinta fattispecie.

La sentenza del Tribunale è stata, pertanto, ritenuta errata nella parte in cui, pur ritenendo corretto qualificare la Snc come mero rivenditore dei supporti registrabili (e quindi escludendo che si trattasse dell’obbligato principale) ha ritenuto fondata la domanda sulla base di un’allegazione non proposta da parte attrice.

 

La responsabilità del direttore dei lavori ed il suo diritto alla copertura assicurativa

pubblicata Martedì 09 Settembre 2014

Con una sentenza depositata alla vigilia di ferragosto, il Tribunale di Udine si è pronunciato su un caso di responsabilità del direttore dei lavori per gravi vizi di un immobile e sul diritto del professionista alla copertura assicurativa.

Il caso vedeva coinvolto il geometra che si era occupato della progettazione architettonica e della direzione dei lavori di una serie di ville a schiera e che per questo era stato convenuto in giudizio, unitamente al costruttore-venditore, dai proprietari i quali lamentavano l’esistenza di gravi vizi che, a loro dire, giustificavano la declaratoria di risoluzione dei rispettivi contratti trattandosi di vendita aliud pro alio o, in alternativa, il risarcimento del danno di natura extracontrattuale, ai sensi dell’art. 1669 C. Civ.

Assistito dall’avv. Lorenzo Cudini, il professionista si era costituito in giudizio contestando la pretesa degli attori e chiamando in causa la sua assicurazione per essere dalla stessa tenuto indenne.

Con la sentenza in commento, il Tribunale ha rigettato la domanda di risoluzione dei contratti di compravendita, non sussistendone i presupposti, ed accolto, seppur in parte, quella di risarcimento, condannando il costruttore-venditore ed il direttore dei lavori, in solido tra loro, a risarcire agli attori i danni derivanti dalla presenza, nei rispettivi immobili, di vizi riconducibili a quelli “gravi” previsti dall’art. 1669 C. Civ.

Ha nel contempo condannato la compagnia di assicurazione del professionista a tenerlo indenne da quanto dovuto ai proprietari degli immobili.

Diverse sono le questioni giuridiche degne di rilievo affrontate dal giudice friulano.

1. Innanzitutto nella sentenza è stato precisato che rientrano tra i vizi “gravi” per il quali è configurabile la responsabilità (extracontrattuale) del direttore dei lavori ai sensi dell’art. 1669 C. Civ. quelli relativi alla rete di raccolta delle acque meteoriche e quelli riguardanti l’impermeabilizzazione del cappotto esterno, sussistendo un obbligo di vigilanza dell’esecuzione di tali opere a carico del professionista. Non integra, invece, i presupposti di applicabilità del citato articolo la realizzazione degli intonaci non a regola d’arte.

2. La sentenza ha accertato la natura solidale dell’obbligazione risarcitoria del costruttore-venditore e del direttore dei lavori nei confronti degli attori, ripartendo, nel contempo, il grado di responsabilità tra i due (la relativa domanda era stata proposta dai convenuti in via subordinata).

3. Nel riconoscere il diritto del direttore dei lavori ad essere tenuto indenne dalla sua assicurazione, il Tribunale ha respinto tutte le eccezioni di inoperatività della polizza sollevate dalla compagnia terza chiamata.

In particolare

a) Quella formulata sul presupposto che la polizza non copriva i danni alle opere non realizzate in conformità alla concessione edilizia. La prova del mancato rispetto della concessione, ha affermato il giudice, spettava alla Compagnia e quest’ultima non l’ha fornita.

b) Quella basata sull’esclusione della copertura in caso di responsabilità solidale dell’assicurato. La previsione, contenuta invero in tutte le polizze dei professionisti tecnici, si riferisce all’ipotesi di un identico fatto colposo ascrivibile a più soggetti che rispondono in relazione al medesimo obbligo (per esempio più direttori dei lavori), ben diversa da quella in esame, nella quale la solidarietà passiva derivava dalla legge (l’art. 1669 C. Civ.) e ricadeva su due soggetti (costruttore-venditore e direttore dei lavori) il cui obbligo ha natura e contenuto completamente diverso.

c) Quella, infine, basata sull’esclusione della copertura per vizi relativi a lavori non rientranti nelle competenze professionali del geometra. L’eccezione è molto frequente quando i vizi in contestazione riguardano immobili la cui realizzazione comporti l’esecuzione di opere in cemento armato. E’ noto, infatti, che la competenza dei geometri in materia di costruzioni civili è stata disciplinata dall’art. 16 del R.D. 11 febbraio 1929 n. 274 (Regolamento per la professione di geometra) il quale circoscrive il campo di attività professionale dei geometri a (lett. l) progetto, direzione, sorveglianza e liquidazione di costruzioni rurali e di edifici per uso d'industrie agricole, di limitata importanza, di struttura ordinaria, comprese piccole costruzioni accessorie in cemento armato, che non richiedono particolari operazioni di calcolo e per la loro destinazione non possono comunque implicare pericolo per la incolumità delle persone; nonché di piccole opere inerenti alle aziende agrarie, come strade vicinali senza rilevanti opere d'arte, lavori d'irrigazione e di bonifica, provvista d'acqua per le stesse aziende e riparto della spesa per opere consorziali relative, esclusa, comunque, la redazione di progetti generali di bonifica idraulica ed agraria e relativa direzione nonché a (lett. m) progetto, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili. Nel caso di specie il giudice non è entrato nel merito dell’eccezione (limitandosi ad affermare che non aveva comunque pregio perché non sono stati accertati difetti strutturali) in quanto l’ha giudicata tardivamente proposta. Si legge, infatti, nella sentenza che la questione è stata sollevata dalla compagnia solamente nella comparsa conclusionale e che non può dirsi tempestivamente formulata in base al mero richiamo, contenuto nel primo atto difensivo, a tutte le condizioni di polizza.

Con la sentenza n. 1119/2014 in commento, pertanto, il Tribunale di Udine ha ribadito che, alla luce del disposto dell’art. 167 c.p.c., il convenuto ha l’onere di prendere posizione su tutte le questioni poste a fondamento della pretesa, formulando compiutamente e motivando le proprie eccezioni.

 

La consegna dell'imbarcazione non comporta l'automatica stipula di un contratto di deposito

pubblicata Lunedì 28 Gennaio 2013

In un giudizio recentemente deciso dalla Corte d’Appello di Trieste, lo Studio aveva assunto la difesa di una società per azioni proprietaria di una vasta area portuale sita in una località turistica della regione e di un piazzale destinato alla sosta “a secco” di imbarcazioni e natanti.

La società era stata convenuta avanti il Tribunale di Pordenone dalla proprietaria di un’imbarcazione che sosteneva di aver subito il furto di gran parte delle attrezzature della barca proprio nel periodo in cui la stessa era stata lasciata in sosta sul piazzale della cliente dello Studio. Adducendo che la consegna dell’imbarcazione aveva comportato la stipula di un contratto di deposito e l’assunzione, da parte della società, dell’obbligo di custodire l’imbarcazione stessa e tutto il suo contenuto, l’armatrice aveva chiesto al Tribunale la condanna della depositaria al risarcimento del danno.

Il Tribunale di Pordenone aveva respinto la domanda ritenendo che quello tacitamente stipulato tra le parti non fosse un contratto di deposito, ma una locazione atipica di spazio aperto. Con ciò escludendo che la società si fosse mai assunta l’onere di custodire i beni dell’armatrice. Che, alla fine, era stata condannata a rifondere le spese di lite alla società ingiustamente convenuta.

Non soddisfatta del giudizio del Tribunale, la donna aveva impugnato la sentenza avanti la Corte d’Appello di Trieste adducendo, tra l’altro, che il primo giudice aveva errato nel qualificare il contratto che aveva legato le parti.

Con la recentissima sentenza n. 53/2013, la Corte d‘Appello di Trieste ha rigettato l’impugnazione condannando l’armatrice a rifondere alla società convenuta anche le spese del giudizio d’appello.

Seguendo le difese proposte dall’avvocato Andrea Cudini, la Corte ha chiaramente evidenziato le ragioni di diritto che consentono di sancire l’infondatezza della domanda risarcitoria.

Innanzitutto, ha osservato la Corte, il fatto che la proprietaria armatrice non abbia personalmente portato l’imbarcazione all’interno della struttura della società convenuta, ma che, invece, vi abbia provveduto altro soggetto cui la stessa proprietaria l’aveva affidata per la vendita, non è circostanza che la esime dal rispetto del contratto abitualmente proposto dalla società convenuta alla propria clientela e delle relative clausole, contratto che poteva dunque dirsi accettato sia a seguito del pagamento di somme per la sosta da parte dell’armatrice – proprietaria sia, soprattutto, del mancato ritiro della barca, rimasta in sosta per lungo tempo.

Si era verificata, a dire della Corte, una traditio rei potendo quest’ultima ricorrere non solo nel caso di materiale apprensione del bene, ma anche in quello di “bene già nella sfera di disponibilità altrui”.

Ma, quel che è più importante, la Corte ha affermato che la dazione non aveva automaticamente fatto sorgere un deposito, occorrendo per la ricorrenza di tale diversa fattispecie contrattuale che la consegna fosse avvenuta “allo scopo specifico della custodia”, essendo quest’ultima causa del contratto l’origine delle conseguenti obbligazioni a carico del depositario. La prova della causa, naturalmente, sarebbe spettata alla proprietaria. E la mera consegna ed il pagamento eseguito per la sosta non sono stati ritenuti tali, sicché non di contratto di deposito si era trattato, ma di mera “locazione di area”. Che è quel che da sempre la difesa della società aveva sostenuto.

Difettando altresì la necessaria prova dell’effettiva esistenza dei beni che l’attrice aveva sostenuto le fossero stati rubati, la Corte ha argomentato ritenendo ulteriormente infondata la sua pretesa risarcitoria.

Per questo la società assistita dallo Studio Cudini è stata mandata assolta da ogni responsabilità, non avendo assunto obblighi di custodia nei confronti della cliente che ha subito pure la condanna alla rifusione delle spese del giudizio d’appello.

 

Comodato senza determinazione di durata - art. 1810 c.c. - richiesta di restituzione dell'immobile - recesso

pubblicata Martedì 19 Luglio 2011

F.M. nel 2003 concedeva a M.M. un immobile di sua proprietà in comodato gratuito, senza stabilire alcun termine per la restituzione dello stesso.

Incorsa in difficoltà economiche, nel 2009 F.M. decideva di recedere dal contratto al fine di concedere l'immobile in locazione e percepire, così, i canoni mensili.

A tal fine, notificava a M.M. la dichiarazione di recesso e la contestuale intimazione di restituzione del cespite.

Invero, M.M. si rifutava di adempiere alla richiesta e F.M. si vedeva costretta ad adire le vie legali, notificando all'inquilino, per il tramite dei suoi difensori, il ricorso ex art. 447 bis c.p.c. diretto ad ottenere il riconoscimento giudiziale dell'intervenuta risoluzione del contratto di comodato.

Il Tribunale di Udine, con la sentenza n. 1670/09 del 2.12.2009, ha accolto il ricorso di F.M. e ha riconosciuto la sussistenza del suo diritto a rientrare nel possesso dell'immobile.

Secondo la corte territoriale, infatti, la notifica del recesso è atto idoneo a determinare la risoluzione del contratto. L'art. 1810 c.c., infatti, nel caso di c.d. comodato precario (cioè privo della determinazione del termine di durata) sancisce l'obbligo, per il comodatario, di restituire la cosa non appena il comodante ne faccia richiesta.

Pertanto, la ricezione dell'avviso di rilascio aveva reso la detenzione di M.M. ingiustificata e senza titolo e, conseguentemente, la domanda di F.M. è stata ritenuta meritevole di accoglimento.