Bancarotta fraudolenta: responsabilità del fallito e del concorrente

pubblicata Lunedì 25 Luglio 2016

Il Tribunale di Udine si è recentemente pronunciato con un’interessante sentenza (la n. 415 del 2016) in merito ai reati di bancarotta semplice e fraudolenta ed al concorso dell’extraneus nel secondo.

Il caso sottoposto all’attenzione del collegio friulano riguardava la vicenda di un’attività commerciale gestita nella forma della società di persone che, alla morte del legale rappresentante, era stata proseguita dalla vedova nella forma della ditta individuale e che purtroppo, nell’arco di un paio d’anni, era entrata in crisi giungendo al fallimento.

Oltre alla bancarotta semplice per aggravamento del dissesto (art. 217, comma 1, n. 4) L.Fall., alla titolare dell’attività venivano contestate diverse condotte distrattive, in concorso con vari soggetti legati alla stessa di vincoli di parentela.

Nello specifico, l’accusa aveva ipotizzato che la cessione in affitto dell’azienda ad una società appositamente costituita dalla sorella e dal cognato della fallita, avvenuta più di anno prima del fallimento per un canone ritenuto incongruo, configurasse l’illecito previsto dall’art. 216, n. 1).

Il Tribunale ha ritenuto sussistente la penale responsabilità della fallita e della sorella, quest’ultima sia nella veste di amministratore di fatto della ditta individuale sia, a titolo di concorso, in quanto socio della affittuaria.

Si legge nella motivazione che il reato di bancarotta per distrazione si realizza anche attraverso la stipulazione di un contratto di locazione di azienda in previsione del fallimento che ha lo scopo di trasferire la disponibilità di tutti o dei principali beni ad altro soggetto. Elementi che qualificano la locazione come atto distrattivo sono i contratti di affitto stipulati per finalità estranee all’attività imprenditoriale, fatto che si verifica quando il dante causa e avente causa sono riconducibili, come nel caso in esame, allo stesso nucleo familiare o centro di interessi e quando dalla stipula del contratto d’affitto derivi l’impossibilità per l’impresa di proseguire l’attività economica senza garantire il ripiano della situazione debitoria della società.

Più oltre il Tribunale sottolinea che anche a prescindere dall’effettivo pagamento del canone e dalla sua congruità, ha le caratteristiche del fatto distrattivo l’avvenuta cessione dell’azienda all’interno dello stesso nucleo familiare ad una società appositamente costituita pochi giorni prima del contratto, in assenza di qualsivoglia garanzia di un ripiano della situazione debitoria ed anzi nell’evidente certezza che tale ripiano mai sarebbe potuto avvenire e che detta situazione debitoria si sarebbe incrementata degli oneri annuali non coperti dal canone.

L’accusa aveva, inoltre, contestato la natura distrattiva di due cessioni immobiliari della fallita.

La prima riguardava la metà di una casa di villeggiatura ed era avvenuta in favore del fratello quasi contemporaneamente all’affitto d’azienda.

Il collegio ha ritenuto sussistente la penale responsabilità sia della fallita che della sorella, in quanto amministratrice di fatto, mentre ha assolto il fratello ed i genitori, i quali rispondevano del reato quali concorrenti estranei.

Sottolinea al riguardo il Tribunale che la penale responsabilità in concorso dell’extraneus con il soggetto qualificato presuppone una consapevolezza che abbracci le varie condotte ed i reciproci nessi per il raggiungimento dell’evento distrattivo e quindi la consapevolezza della valenza distrattiva del contratto di cessione della quota di immobile.

Quanto alla conoscenza dello stato di dissesto, il Tribunale, pur dando atto degli orientamenti difformi della giurisprudenza sul punto, ha rilevato che nel caso di specie il soggetto estraneo non può essere in grado di ricavare dall’uscita del bene dal patrimonio un giudizio di concreto repentaglio degli interessi dei creditori.

Il secondo contratto di compravendita sottoposto alla valutazione del collegio aveva per oggetto la quota di 1/9 di un’immobile ad uso abitativo e della relativa pertinenza, ceduta dalla fallita alla cognata nel medesimo contesto temporale dell’affitto d’azienda e dell’altra compravendita.

Si trattava della quota indivisa di una proprietà che la fallita aveva ricevuto in eredità dal marito alla sua morte e che, per il resto, era di proprietà dei familiari del de cuius.

L’accusa aveva individuato la prova della condotta distrattiva nel fatto che il prezzo della vendita non corrispondeva alla nona parte del valore dell’intero.

Decisiva è stata la perizia depositata dall’acquirente, assistita dall’avv. Lorenzo Cudini, che ha smentito quella dell’accusa.

Il Tribunale ha assolto sia la fallita che la concorrente esterna dal reato loro ascritto perché il fatto non sussiste, sottolineando: che c’era obiettiva incertezza sulla incongruità del prezzo (tant’è vero che il curatore non aveva ritenuto di procedere ad una stima e neppure di agire in revocatoria); che vi era un oggettivo interesse di ricondurre in capo a pochi soggetti la proprietà di un immobile diviso in quote; che il curatore avrebbe incontrato molte difficoltà nel vendere una quota così modesta della proprietà, se non offrendola ad uno dei comproprietari.

Tali circostanze non consentono, si legge nella sentenza, di ritenere provata con adeguata certezza la finalità di spoliazione di tale cessione, benchè avvenuta in concomitanza con la stipula del contratto d’affitto d’azienda.

La fallita e l’amministratrice di fatto sono state ritenute, infine, responsabili del reato di bancarotta semplice (era contestata l’ipotesi di aggravamento del dissesto prevista dal n. 4) dell’art. 217). Si legge nella sentenza che tale fattispecie sanziona il semplice ritardo nell’instaurare la procedura di fallimento, sicché per la sua sussistenza è sufficiente che si profili un aggravamento inevitabile anche per il solo aumento degli interessi passivi.

 

La dichiarazione mendace resa al notaio sull’entità del corrispettivo della compravendita non integra il falso ideologico ai sensi dell’art. 483 C.p.

pubblicata Venerdì 14 Dicembre 2012

Due clienti dello Studio erano chiamati a rispondere del reato di falso ideologico commesso da privato in atto pubblico (art. 483 Codice Penale) per aver dichiarato, in una compravendita perfezionata avanti il notaio, nella quale comparivano nella veste di acquirenti di un immobile, un prezzo inferiore a quello reale.

Nel dibattimento svoltosi avanti il Tribunale di Udine gli imputati sono stati assistiti dall’avv. Lorenzo Cudini.

Aderendo alla tesi del difensore, e sulla scorta di una sua precedente pronuncia su un fatto analogo, il Tribunale ha assolto gli imputati perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.

Viene sottolineato, nella decisione in commento, che sussiste un’ipotesi di concorso apparente di norme, con la prevalenza della fattispecie di natura amministrativa su quella di natura penale, nel rispetto del principio di specialità di cui all’art. 9 della L. 689/81.

La condotta in esame è, infatti, prevista dall’art. 35, comma 22, del D.L. 4.7.2006 n. 223, che sanziona, con finalità di contrasto all’evasione, le mendaci o incomplete dichiarazioni rese nei rogiti notarili con riferimento al corrispettivo della compravendita ed alle modalità del suo pagamento.

Nel caso di specie, risulta evidente che gli illeciti concorrenti sono di natura omogenea (riferiti allo stesso fatto) e pertanto si applica il principio del ne bis in idem, secondo il quale la sanzione amministrativa e quella penale non possono concorrere, ma si presentano come alternative, per cui la norma speciale, che più direttamente si attaglia al caso concreto e che prevede la sanzione amministrativa, prevale su quella penale generale.

 

Quantificazione della pena e della sanzione accessoria nell'omicidio colposo stradale

pubblicata Martedì 04 Dicembre 2012

La Corte di Appello di Trieste, con sentenza 1 ottobre 2012, n. 1241, ha accolto l’impugnazione proposta dall’avv. Lorenzo Cudini avverso la sentenza resa il 7 febbraio 2012 dal Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Udine.

Il caso riguardava la vicenda di un automobilista chiamato a rispondere del reato di omicidio colposo a seguito di un sinistro stradale nel quale aveva perso la vita un motociclista. Nella fattispecie, l’automobilista, immettendosi sulla strada principale, provenendo da una secondaria, dopo essersi fermato allo STOP, era ripartito non notando sopraggiungere, a forte velocità, il motociclista, che aveva impattato contro l’autovettura.

Apparsa da subito pacifica la penale responsabilità dell’imputato, era in discussione la gravità della sua condotta e la conseguente quantificazione della pena.

Nel giudizio di primo grado, svoltosi con rito abbreviato, l’imputato era stato condannato ad un anno di reclusione e gli era stata applicata la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per un anno e sei mesi.

Il difensore ha impugnato la sentenza chiedendo la riduzione, sia della pena, che della sanzione accessoria, in considerazione dell’importante concorso di colpa del malcapitato motociclista.

Accogliendo il ricorso, la Corte territoriale ha dato rilievo alle circostanze attenuanti, come richiesto dal difensore, valorizzando il tempestivo intervento dell’imputato nel far risarcire il danno dalla sua assicurazione, l’immediata ammissione di colpa e la mancanza di precedenti penali o violazioni amministrative a suo carico.

La pena è stata ridotta ad otto mesi di reclusione e la sospensione della patente di guida ad un anno.

Con questa decisione, la Corte di Appello di Trieste si orienta verso un’interpretazione in chiave oggettiva della circostanza attenuante del risarcimento del danno riconoscendo il diritto dell’imputato ad una riduzione della pena anche nel caso in cui il pagamento avvenga ad iniziativa dell’assicurazione.

Si tratta di un orientamento in linea con le precedenti pronunce della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione (Corte Cost. sent. n. 138/1998; Cass. penale Sez. IV n. 13870/2009 e Cass. penale Sez. Un. n. 5941/2009).